Chissà quanti chilometri di pasta fresca saranno stesi per questo Natale, potremmo ricoprire il paese da Gorizia fino Messina. Sembriamo una grande famiglia unita dalla pasta fresca. Già immagino le sfogline dell’Emilia Romagna con le loro braccia forti e i loro grandi mattarelli a stendere la pasta all’uovo, poi ci sono le donne pugliesi e i loro pollici da orecchiette tonde e perfette, le toscane a tagliare le pappardelle porose.

L’Italia è lunga, cambia chilometro dopo chilometro, dialetti, abitudini, cucina, ma una cosa è certa il 25 dicembre tutti gli italiani mangeranno pasta fresca fatta in casa!

Agnolotti, cappelletti e cappellacci, tortellini, tortelli e ravioli, ripieni di carne, prosciutto, zucca o ricotta e spinaci, annegano nel brodo, o saltano in padella con burro e salvia nel profondo Nord. I culurgiones chiusi a spiga e farciti con ricotte e pecorini sono il vanto della Sardegna. Al centro la pasta si allunga e cambia forma quasi volesse unire Nord e Sud: tagliatelle e pappardelle si mischiano con il sugo di lepre, maccheroni e maccheroncini vengono mantecati con cacio e pepe, per non parlare delle lunghe, lunghissime lasagne. Al Sud la regina è la pasta di semola. Le linguine si annodano con i frutti di mare, le orecchiette affogano nel sugo o si nascondono fra le rape, gli strascinati si riempiono di ragù e il riso si unisce come legante per timballi, sartù, tielle di cozze e patate.

Insomma noi italiani restiamo dei grandi abitudinari. Da bambini osservavamo questo formicaio di donne sporche di farina, darsi da fare per preparare il pranzo del 25 dicembre con settimane di anticipo. Vassoi di pasta fresca posta a seccarsi venivano “poggiati” sul frigo, sul tavolo della cucina, sul televisore (quando ancora conservava la larghezza del tubo catodico), sulla scrivania in cameretta e a volte anche sul nostro letto. E no! Non si poteva toccare nulla, neanche fosse invitata a pranzo la regina Elisabetta.

Oggi la pasta si compra fresca, per risparmiare tempo e fatica o probabilmente perché si è persa la manualità. Fatto sta che il nostro resta un Natale a chilometro zero. Quanto meno cerca di restare tale. Dite la verità! Siamo attenti che il pesce per la vigilia sia pescato nel nostro mare? Che le carni sulle nostre tavole siano allevate con tutti i criteri e non arrivino dall’altra parte del mondo? Usiamo solo frutta e verdura di stagione? Non sarete mica alla ricerca di cibi strani ed esotici da servire ai vostri commensali solo per fare bella figura?

Il pianeta si può salvare a cominciare dal pranzo di Natale, come ha dichiarato Coldiretti durante la Conferenza Onu sul clima a Parigi. Fragole e ciliegie non sono frutti tipici di dicembre e per arrivare sulla nostra tavola devono percorrere 12 mila chilometri, consumare 6,9 chili di petrolio con un’emissione di 21,6 chili di anidride carbonica. Magari per finire su una chees cake, uno dei dolci più salutari che ci sia.

Nella lista nera di Coldiretti sono stati inseriti i mirtilli dell’Argentina, le angurie brasiliane, le more del Messico, il salmone dell’Alaska, gli asparagi del Perù, i meloni dal Guadalupe, i melograni della Spagna e i fagiolini dell’Egitto, rei di inquinare troppo il pianeta. Se ci pensate sono tutti prodotti fuori stagione a cui si può ovviare con facilità, al posto del salmone, potreste utilizzare l’italianissima trota salmonata, oppure comperarlo già affumicato. Passiamo alla frutta, fresca, o per dolci e macedonie, basta utilizzare quella di stagione e della nostra terra, come mele, pere, kiwi, uva, arance, mandarini e clementine. Melograni e frutta secca purché si sappia da dove provengono.

Quello che non trovate al mercato, potreste ordinarlo su Ufoody!

Insomma il chilometro zero salva il portafogli, rispetta la tradizione e salva il pianeta … meglio di così?